Dory di Swampscott

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Come api da un fitto alveare i dories si staccavano da ogni goletta e il brusio delle voci, il fracasso del sartiame e degli alberi, lo sciacquio dei remi, si propagavano per miglia sulle onde del mare. “Capitani Coraggiosi” di Ruyard Kipling. Anche se ricordiamo le pagine di “Capitani Coraggiosi” di Kipling o il film interpretato dal memorabile Spence Tracy, per noi mediterranei il dory non è una barca come tutte le altre. Prima di tutto perché la sua storia si è svolta soprattutto sull’Atlantico, ma poi perché il suo scafo rivela un difetto che ai nostri occhi appare imperdonabile: ha il fondo piatto. Per noi, le barche così possono andare bene per i fiume o per il lago, ma sono del tutto inadatte ad affrontare le onde del mare. In questo giudizio c’è qualche cosa di vero, perché quando un dory è vuoto è piuttosto instabile, ma non appena viene zavorrato diventa una barca capace di cavarsela in mare aperto. Lo sviluppo di questo tipo di imbarcazione è strettamente legato principalmente alla pesca del merluzzo che si effettuava al largo di Terranova. Nel cinquecento, quando le prime navi europee raggiunsero quelle acque, ritornarono con racconti di pesche miracolose, di semplici ceste calate in mare che tornavano su cariche di pesce….. Oggi questi banchi sono quasi tutti esauriti, ma per secoli sono stati una delle maggiori ricchezze del New Engalnd, quel gruppo di stati che ha costituito il nucleo iniziale degli Stati Uniti d’Amerca. Il fatto che alla base della loro economia ci sia stato il “king cod”, il re merluzzo, è testimoniato dal grande merluzzo di legno, dipinto in oro, che ancor oggi troneggia nella sede del Palazzo del Governo di Boston. Come si pescava? Il sistema di pesca prevedeva che i dories fosse trasportati sino ai Grandi Banchi sui ponti di veloci golette. La loro forma, con la buona possibilità di smontare i banchi di voga, permetteva di impilarne un buon numero uno sopra l’altro. Giunte nelle zone di pesca, le golette calavano in mare i dories, che si allontanavano dalla nave e pescavano utilizzando una lenza a mano. I merluzzi potevano essere così abbondanti da riempire in poco tempo lo scafo. Tornati sottobordo, i dories carichi di pesce venivano issati a bordo, dove il merluzzo veniva privato della testa, sviscerato e messo sotto sale. La forza delle onde, gli urti contro lo scafo della goletta e le manovre ripetute di imbarco e sbarco contribuivano ad usurare i dories in breve tempo, tanto che per legge non potevano essere utilizzati er più di tre o quattro stagioni di pesca. Era quini richiesta la costruzione di centinaia di dories ogni anno, una necessità che contribuì a semplificarne al massimo il disegno. I cantieri si specializzarono nella costruzione di molte barche alla settimana, introducendo tecniche costruttive che erano molto vicine a quelle della catena di montaggio della produzione industriale. E’ proprio per questo motivo che il dory è sopravvissuto, giungendo fino a noi: anche se oggi non è più utilizzato nella pesca al merluzzo, rappresenta uno dei pochi tipi di imbarcazione di legno che si può mettere insieme con un numero limitato di ore lavoro. Inoltre, se in origine le necessità della produzione di massa fecero adottare uno scafo con bassa torsione delle tavole d fasciame, tale forma è particolarmente adatta per le tecniche costruttive moderne che prevedono l’uso di compensato marino e resine epossidiche. Risponde, quindi, alle necessità del mercato della nautica, nel quale è indispensabile mantenere bassi i costi di costruzione. Insomma, il dory è una barca di legno che oggi per i suoi costi può fare concorrenza alle barche in vetroresina. Oggi molti architetti navali sulle due sponde dell’Atlantico si sono cimentati nel disegno di diversi modelli di dories: a remi, a vela, a motore e persino yacht lunghi 12 metri.

L’associazione “Storie di Barche” di Pieve Ligure, negli anni scorsi ha restaurato alcuni gozzi, con i quali ha partecipato alle regate della vela latina. Ha poi organizzato il restauro di diversi scafi in legno. Questa primavera, dopo aver varato due barche per i ragazzi delle scuole medie, il Presidente dell’Associazione, Roberto Guzzardi, ha deciso di cimentarsi nella costruzione di una barca di legno, eseguita con tecniche moderne. E’ nata così l’idea di realizzare un John Dory, un modello disegnato dall’architetto scozzese Yain Oughtred, ben conosciuto per i suoi progetti di barche tradizionali. Il disegno, in sei fogli, comprende gli elementi principali riprodotti in dimensioni naturali. Viene poi fornita una monografia illustrata di 16 pagine, sulle procedure di costruzione. Il John Dory si distingue per le forme delle fiancate, che risultano piuttosto arrotondate, mentre il fondo rimane piatto, facilitando così l’uso della barca a partire dalla spiaggia. Lo scafo, lungo 5,5 metri e largo 1,6, può trasportare quattro persone, ma pesa solo 120 chili. E’ stato realizzato usando fogli di compensato di mogano e per gli elementi strutturali, come le ordinate, è stato usato legno di mogano. Il disegno di Ougthred consente di scegliere tra due opzioni: uno scafo propulso da quattro remi e uno che presenta anche la vela. Sono previsti nove tipi di armamento velico, tra i quali Guzzardi ha optato per la semplicità della vela a tarchia. Le ore necessarie per realizzare un John Dory, attrezzatura velica compresa, sono circa 600. Il 23 Ottobre il dory è stato varato a Pieve Ligure dando subito prova della leggerezza della costruzione, perché è stato necessario trasportarlo giù per un sentiero e poi una lunga rampa che conduceva la mare. Per Informazioni: Associazione Culturale “Storie di barche”. Pieve Ligure.

Articolo pubblicato per cortese autorizzazione Nautimondo.