Filo da torcere. La costruzione delle corde e il lavoro dei cordai

A cura di,

R.Guzzardi, A. Razeto,

Altri posti di mare, altre immagini, altri santi protettori, altre corde, raccontati in un piccolo ma splendido volume da due amici di Pieve Ligure. Si avverte, nel lavoro, lo stimolo indotto dai nostri (sanbenedettesi) “Mare di corda” e “Vota cì”, tra l’altro citati in bibliografia, ma qui l’oggettività della memoria ha una sua identità inconfutabile e pregressa, come la passione del riferire, che era certamente preesistente a qualunque sollecitazione, fondata su un piccolo museo, concretizzata nell’impegno di coinvolgere e acculturare le scolaresche. Un lavoro che si propone, dal punto di vista “piceno”, confronti immediati sugli strumenti che, seppur fondati sulle stesse leggi della meccanica, ci appaiono assai diversi nelle dimensioni e nelle forme, la ruota soprattutto. Come diversi ci si presentano gli atteggiamenti di quanti indossano la canapa da filare. Ma quello che colpisce è la diversa condizione umana degli operatori, riportata anche per altri contesti italiani: i sentieri dove venivano confezionati i filati erano quasi sempre al riparo dalle intemperie, prescindendo dalle latitudini, cosa che non si curava affatto da noi, soprattutto a S. Benedetto, che ha ricoperto il ruolo di capitale nazionale dei funai. Qui una marea sterminata di individui viveva all’aperto tutto l’anno, sia per confezionare fili, sia per torcerli e compiere le operazioni sussidiarie. Ancora oggi, le piccole aziende residuate di queste lavorazioni poco curano questo aspetto, avendo ereditato quella dimensione di “sfida” non proprio funzionale alla salute degli operatori. Un ruolo determinante, nella formazione di queste diversità, deve aver avuto lo sviluppo non sempre ordinato, della pesca, più evidente in Adriatico, e quindi la filatura degli spaghi per la realizzazione delle diverse componenti della rete, accompagnata parallelamente da una grande disponibilità di mano d’opera e dal grande sviluppo della coltivazione della canapa nell’area emiliana-romagnola. Non ritorneremo nemmeno sull’arretratezza e quindi sulle condizioni di marginalità sociale che hanno caratterizzato il mondo dei funi sanbenedettesi, anche perché, tra quelli liguri, balza subito agli occhi la presenza della macchina, seppure “a vapore” (vi compare la nota di una ditta genovese con la dicitura “premiata fabbrica a vapore di cordami” datata 1899), una conquista di oltre mezzo secolo dopo sulla sponda orientale, accelerata dall’avvento dell’elettricità, elemento di sicura moderazione nella richiesta di impegno fisico. Ed infine, alcune “invenzioni” del contesto marchigiano appaiono essere state suggerite da preesistenti marchingegni in funzione altrove, così come emergono dalle foto d’epoca. Anche qui Vi sono raccontati il ciclo della canapa, il lavoro di confezione delle corde e delle reti, ma ciò avviene con piglio didattico più efficace, merito anche dei disegni di Razeto. Non manca il simpatico glossario ed un riferimento specifico alla storia sanbenedettese dei manufatti. Una sorpresa, anche se non la più importante, è quella di San Postumio, protettore dei cordai, cordaio egli sesso. Da noi, pressoché sconosciuto, questo santo ha l’alternativa in San Biagio, per via degli influssi transadriatici (vescovo martire, protettore di Ragusa) dedotta dal martirio subito attraverso uno strumento dentato che richiama il pettine del canapino.

Ed. 2001, pp.140, b/n